La combustione e l’incendio

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#1. Combustione

#1.1. Nozione

La combustione è una reazione chimica che comporta l’ossidazione di un combustibile da parte di un comburente (che in genere è rappresentato dall’ossigeno presente nell’aria), con sviluppo di calore e radiazioni elettromagnetiche, tra cui spesso anche radiazioni luminose.

#1.2. Triangolo del fuoco

Il “triangolo del fuoco” consiste nei tre elementi che sono necessari allo svolgersi della reazione di combustione. Questi tre elementi sono:

  • combustibile: è la sostanza che nel processo di combustione viene ossidata. Può essere di vario tipo, ad esempio: idrocarburi, legname o carbone;
  • comburente: una sostanza che agisce come agente ossidante di un combustibile in una reazione di combustione. Il comburente per eccellenza è l’ossigeno presente nell’aria, ma anche altre sostanze possono comportarsi da comburenti (es. ozono, idrogeno, etc.);
  • innesco: la reazione tra il combustibile e il comburente non è spontanea ma avviene ad opera di un innesco esterno. L’innesco può essere rappresentato ad esempio da una fonte di calore o da una scintilla. L’innesco rappresenta l’energia di attivazione necessaria alle molecole di reagenti per iniziare la reazione e deve essere fornita dall’esterno. In seguito l’energia rilasciata dalla reazione stessa ne rende possibile l’auto sostentamento, senza ulteriori apporti energetici esterni.
Il triangolo del fuoco
Il triangolo del fuoco

Mancando uno degli elementi del triangolo l’incendio non si sviluppa o si estingue. Spegnere un incendio è infatti possibile per sottrazione (esaurimento o allontanamento) del combustibile, per soffocamento (separazione dell’ossigeno/comburente per mezzo di una sostanza coprente) o per raffreddamento (fermando la reazione a catena di autosostentamento dell’innesco).

#1.3. Limiti di infiammabilità

Come abbiamo già sottolineato, affinché la combustione avvenga è necessaria la presenza contemporanea di un combustibile, di un comburente e di una temperatura al di sopra di una certa soglia.

Risulta però necessario che il rapporto tra combustibile e comburente sia entro certi limiti, noti appunto come limiti di infiammabilità. I limiti di infiammabilità nel caso di combustibili gassosi vengono espressi come la percentuale in volume di combustibile nella miscela aria – combustibile. Si distinguono in limite inferiore e limite superiore di infiammabilità.

Il limite inferiore di infiammabilità rappresenta la minima concentrazione di combustibile nella miscela aria-combustibile che consente a quest’ultima, se innescata, di reagire dando luogo ad una fiamma in grado di propagarsi a tutta la miscela.

Il limite superiore di infiammabilità rappresenta la concentrazione massima di combustibile in presenza della quale il comburente, cioè l’aria, risulta insufficiente per dar luogo ad una fiamma in grado di propagarsi a tutta la miscela.

Se il gas o vapore infiammabile è diluito con un eccesso d’aria, il calore sviluppato dall’accensione è insufficiente a far salire la temperatura degli strati adiacenti di miscela fino al punto di accensione. La fiamma non può propagarsi attraverso l’intera miscela ma si estingue. Se nella miscela è presente un eccesso di combustibile (al di sopra del limite superiore di infiammabilità), questo funzionerà da diluente, abbassando la quantità di calore disponibile agli strati adiacenti di miscela, fino ad impedire la propagazione della fiamma.

#1.4. La velocità di combustione

Per poter accelerare la combustione si può adoperare una turbolenza, la quale aumenta il mescolamento tra combustibile e comburente, velocizzando la combustione.

La velocità di combustione può essere aumentata anche polverizzando il combustibile e miscelandolo con l’aria, in modo da aumentare la superficie di contatto tra combustibile e comburente; dove è richiesto uno sviluppo d’energia molto veloce, ad esempio nella propulsione di un razzo, il comburente deve essere incorporato direttamente nel combustibile durante la sua preparazione.

#1.5. La combustione spontanea

Per combustione spontanea si intende l’infiammazione spontanea di una sostanza che ha luogo senza l’applicazione di fonti di calore esterne.

La combustione spontanea può avvenire quando grandi quantità di materiale infiammabile, ad esempio di carbone o fieno, vengono conservati in una zona in cui vi è poca circolazione d’aria. In questa situazione possono svilupparsi reazioni chimiche, come l’ossidazione e la fermentazione, che producono calore.

Il calore intrappolato fa crescere la rapidità con cui si sviluppano nuove reazioni chimiche, con ulteriore produzione di calore, che può scaldare a tal punto il materiale infiammabile da sviluppare una fiamma spontanea.

#1.6. I prodotti della combustione

I prodotti della combustione dipendono dalla natura del combustibile e dalle condizioni di reazione. Essi di regola sono:

  • anidride carbonica: è un gas prodotto dalla combustione che a concentrazioni massima del 10% è asfissiante risultando letale se respirata più di qualche minuto;
  • ossido di carbonio: è un gas tossico che si sviluppa durante la combustione, in ambienti chiusi una concentrazione dell’1% è sufficiente a procurare svenimento e la morte dopo qualche minuto. Il gas si combina col sangue formando la carbossiemoglobina che altera il meccanismo di trasporto dell’ossigeno ai tessuti da parte del sangue, causando conseguentemente perdita di coscienza e/o collasso;
  • vapore acqueo;
  • composti intermedi gassosi: si sviluppano per decomposizione di sostanze organiche e possono anche essere tossici;
  • fumo: sospensione di particelle solide (catrami o particelle di carbonio) e/o liquide,( vapore d’acqua), presenti nei gas derivanti dalla combustione;
  • fosgene: gas altamente tossico, è presente in tutti gli incendi dove vi sono materiali che contengono cloro, la presenza di tale gas è da temere particolarmente, si consiglia l’uso di autoprotettori negli incendi in luoghi chiusi.

#1.7. I tipi di combustibili

#1.7.1. Combustibili solidi: il legno in particolare

I combustibili solidi sono i più abbondanti e quelli che vengono usati da più tempo. Ad essi appartiene il più antico ed il più noto fra i combustibili: il legno. Questo si produce continuamente nelle piante come risultato di sintesi biochimiche tra l’anidride carbonica e l’acqua con l’utilizzazione dell’energia solare.

Il legno è costituito da cellulosa (il componente fondamentale), lignina, zuccheri, resine, gomme e sostanze minerali varie, che danno luogo, al termine della combustione, alle ceneri. Stesse caratteristiche presentano tutte le sostanze che derivano dal legno come la carta, il lino, la juta, la canapa, il cotone, ecc.

Il grado di combustibilità di tutte queste sostanze può essere alterato a seguito di particolari trattamenti (ad es. pittura). Il legno può bruciare con fiamma più o meno viva – o addirittura senza fiamma – o carbonizzare a seconda delle condizioni in cui avviene la combustione.

La temperatura d’accensione del legno è di circa 250°C, tuttavia se il legno è a contatto con superfici calde per molto tempo possono avvenire fenomeni di carbonizzazione con possibilità di accensione spontanea a temperature anche molto minori.

Una caratteristica importante del legno è la pezzatura, definita come il rapporto tra il volume del legno e la sua superficie esterna. Se un combustibile ha una grande pezzatura vuol dire che le sue superfici a contatto con l’aria sono relativamente scarse ed inoltre ha una massa maggiore per disperdere il calore che gli viene somministrato.

In pratica un pezzo piccolo di legno prende fuoco facilmente anche con sorgenti a relativamente bassa temperatura, mentre un pezzo di legno sufficientemente grande prende fuoco con molta più difficoltà.

In generale, sia per i combustibili solidi che per quelli liquidi, si ha che quando il combustibile è suddiviso in piccole particelle, la quantità di calore da somministrare è tanto più piccola quanto più piccole sono le particelle, sempre che naturalmente si raggiunga la temperatura di accensione. Così il legno che in grandi dimensioni può essere considerato un materiale difficilmente combustibile, quando invece è suddiviso allo stato di segatura o addirittura di polvere può dar luogo addirittura ad esplosioni.

Per un combustibile solido diventa quindi fondamentale la sua suddivisione. Una grossa pezzatura comporta un basso rischio di incendio, mentre con una pezzatura piccola lo stesso materiale risulta molto pericoloso.

Va notato che nel caso di materiali di grossa pezzatura diventa rilevante non solo il fatto che la sorgente di calore abbia una temperatura elevata ma anche il tempo di esposizione alla sorgente di calore.

La bassa conduttività del legno (proprietà di trasmettere il calore) determina una minore velocità di propagazione della combustione.

Come è ovvio il legno mantiene le suo proprietà combustibili anche quando viene destinato ad altri usi (essenzialmente nell’arredamento e nell’edilizia) e di questo si deve tenere conto nel progettare le misure antincendio degli edifici.

#1.7.2. Combustibili liquidi

I combustibili liquidi sono, tra i combustibili, quelli che presentano il più elevato potere calorifico per unità di volume. Vengono adoperati sia nei motori che negli impianti di riscaldamento. Nella combustione all’interno dei motori è particolarmente importante il miscelamento con l’aria, che prende il nome di carburazione. Il combustibile miscelato con l’aria può essere sotto forma di minuscole goccioline di liquido oppure sotto forma di vapore.

In generale tutti i combustibili liquidi sono in equilibrio con i propri vapori, che si sviluppano in misura differente a seconda delle condizioni di pressione e di temperatura, sulla superficie di separazione tra liquido e mezzo che lo sovrasta.

Nei liquidi infiammabili la combustione avviene quando, in corrispondenza della suddetta superficie, i vapori dei liquidi, miscelandosi con l’ossigeno dell’aria in concentrazioni comprese nel campo di infiammabilità, sono opportunamente innescati. Pertanto per bruciare in presenza di innesco, un liquido infiammabile deve passare dallo stato liquido allo stato vapore.

L’indice della maggiore o minore combustibilità di un liquido è fornito dalla temperatura di infiammabilità, in base alla quale i combustibili liquidi vengono così catalogati:

  • categoria A: liquidi aventi punto di infiammabilità inferiore a 21°C
  • categoria B: liquidi aventi punto di infiammabilità compreso tra 21°C e 65°C
  • categoria C: liquidi aventi punto di infiammabilità oltre 65° e fino a 125°C

Altri parametri che caratterizzano i combustibili liquidi sono la temperatura di accensione e di infiammabilità, i limiti di infiammabilità, la viscosità e la densità dei vapori.

Tanto più è bassa la temperatura di infiammabilità tanto maggiori sono le probabilità che si formino vapori in quantità tali da essere incendiati.

Particolarmente pericolosi sono quei liquidi che hanno una temperatura di infiammabilità inferiore alla temperatura ambiente, in quanto anche senza subire alcun riscaldamento, possono dar luogo ad un incendio.

Fra due liquidi infiammabili entrambi con temperatura di infiammabilità inferiore alla temperatura ambiente è comunque da preferire quello a più alta temperatura di infiammabilità in quanto a temperatura ambiente emetterà una minore quantità di vapori infiammabili, diminuendo così le possibilità che si formi una miscela aria – vapori nel campo d’infiammabilità.

Ulteriori elementi negativi per quanto riguarda il pericolo di incendio sono rappresentati da:

  • bassa temperatura di accensione del combustibile, che comporta una minore energia di attivazione per dare inizio alla combustione;
  • ampio campo di infiammabilità, in quanto risulta più esteso l’intervallo di miscelazione vapore – aria per il quale è possibile l’innesco e la propagazione dell’incendio.

Un’ultima considerazione si deve fare a proposito della densità dei vapori infiammabili, definita come la massa per unità di volume di vapori del combustibile.

I combustibili più pericolosi quelli più pesanti dell’aria, in quanto in assenza o scarsità di ventilazione tendono ad accumularsi e a ristagnare nelle zone basse dell’ambiente formando più facilmente miscele infiammabili.

#1.7.2.1. I petroli

I combustibili liquidi artificiali sono pochi e di scarsa importanza, mentre ben più importante è la classe dei combustibili liquidi naturali, alla quale appartengono i petroli.

Il petrolio non è un’unica sostanza, ma una miscela formata prevalentemente da un gran numero di idrocarburi (composti chimici formati esclusivamente da carbonio ed idrogeno) con proprietà chimiche e fisiche molto diverse. Nei diversi tipi di petroli possono essere presenti anche sostanze diverse dagli idrocarburi, ad esempio composti dello zolfo (che determinano il tenore di zolfo), che sono una delle principali cause dell’inquinamento da anidride solforosa nelle grandi città.

Si deve tenere presente che, anche se il petrolio nel suo complesso è un liquido, i diversi idrocarburi che lo compongono possono essere liquidi, solidi o gassosi (il fatto che una miscela liquida possa contenere sostanze solide e gassose non deve stupire, basta pensare che l’acqua di mare è una miscela di acqua e di diversi sali tutti solidi).

Il petrolio viene estratto in diverse regioni del mondo mediante l’uso di pozzi e piattaforme marine. La sua origine è stata lungamente discussa ed oggi è certo che esso deriva dalla lenta trasformazione, a pressioni elevate ed in assenza di aria, di materiali organici accumulatisi su fondale di bacini marini e portati nel sottosuolo dall’evoluzione geologica.

Il petrolio appena estratto viene chiamato greggio e non viene usato come tale, ma trasportato in diversi modi (oleodotti, navi cisterna o camion) fino a particolari impianti, chiamati raffinerie, nei quali viene lavorato per ottenere i suoi derivati più importanti.

La principale lavorazione a cui viene sottoposto il petrolio greggio è una distillazione 1. La prima grossolana distillazione consente di separare frazioni che distillano in intervalli di temperatura piuttosto ampi.

Successivamente queste frazioni vengono ulteriormente distillate per ottenere i prodotti finali: gas di raffineria, benzine, cherosene, gasolio. La parte liquida che rimane come residuo della distillazione costituisce gli oli pesanti, quella solida il bitume.

Le benzine sono la frazione che si separa fra i 60° ed i 200°C ed il loro impiego più importante è come carburanti nei motori a scoppio, ad esempio nelle automobili.

Il cherosene è la frazione che distilla fra 160° e 270°C, molto usata nel riscaldamento domestico, ed il gasolio quella che distilla fra 250° e 340°C, che trova l’impiego più importante nei motori Diesel.

Gli oli pesanti vengono di solito sottoposti a trattamenti che consentono di trasformarli in benzine, ben più preziose, mentre il bitume viene usato prevalentemente per la pavimentazione delle strade.

#1.7.3. Combustibili gassosi

I gas in base alle loro caratteristiche fisiche vengono divisi in gas leggeri e gas pesanti.

Si definisce gas leggero un gas avente densità rispetto all’aria inferiore a 0,8 (idrogeno, metano, ecc.).

Si definisce gas pesante un gas avente densità rispetto all’aria superiore a 0,8 (GPL, acetilene, ecc.). Un gas pesante quando liberato dal proprio contenitore tende a stratificare e a permanere nella parte bassa dell’ambiente.

#1.7.3.1. Idrocarburi gassosi

Fra i combustibili gassosi naturali, i più importanti sono senza dubbio gli idrocarburi gassosi: metano 2, etano, propano e butano (il primo è il comune gas da cucina usato nelle grandi città, l’ultimo il gas contenuto, ad esempio, nelle bombole dei fornelli da campeggio).

Questi combustibili sono migliori dei combustibili liquidi naturali perché sono generalmente molto puri, possono essere miscelati facilmente con l’aria (e quindi con l’ossigeno) per avere un’ottima combustione e bruciano senza dare origine a sostanze incombuste e a fumi. L’unico rischio, comune peraltro a quasi tutti i combustibili naturali, consiste nella possibile formazione di monossido di carbonio se la disponibilità di ossigeno è limitata.

Inoltre, possono essere trasportati e distribuiti con facilità allacciando le abitazioni direttamente alla rete delle società del gas, evitando pericolosi e costosi depositi ed immagazzinamenti. Altro vantaggio è la facilità di regolazione del flusso di gas e quindi della quantità di calore prodotta.

#1.7.3.2. L’idrogeno

Fra i combustibili gassosi artificiali merita un cenno l’idrogeno, ottenuto a partire dall’acqua attraverso un procedimento chiamato idrolisi ed attualmente oggetto di un gran numero di studi per il suo possibile impiego come combustibile pulito (l’unico prodotto della sua combustione è l’acqua e non c’è il rischio della possibile formazione di monossido di carbonio).

Come per i liquidi infiammabili, anche per l’idrogeno risultano fondamentali alcuni parametri quali: · temperatura di accensione; limiti di infiammabilità; densità rispetto all’aria.

#1.7.3.3. Conservazione dei gas

I gas vengono conservati all’interno di contenitori (grandi serbatoi, bombole, bottiglie ecc.), in genere sotto pressione oppure liquefatti in maniera da consentire una più semplice stoccaggio. La modalità con cui lo stoccaggio viene eseguito, è rilevante al fine di prevenire eventuali cause d’incendio.

Gas compressi: sono quelli conservati allo stato gassoso sotto pressione alla temperatura ambiente in appositi recipienti. Tali recipienti vengono riempiti di gas fino al raggiungimento di una data pressione di carica che è funzione della resistenza della bombola stessa

Gas liquefatti: sono quelli (butano, propano, ammoniaca, cloro) che alla temperatura ambiente vengono conservati in appositi recipienti allo stato liquido sotto una pressione relativamente bassa. La pressione all’interno del recipiente, fin tanto che sono presenti le due fasi, dipende esclusivamente dalla temperatura. Il gas liquefatto è molto più concentrato di quelli compressi (1 litro di gas liquefatto può sviluppare nel passaggio di fase fino a 800 litri di gas). Il riempimento del recipiente non deve essere mai completo in quanto un aumento della temperatura provoca un aumento di volume del liquido ed un aumento della pressione, per cui il recipiente potrebbe scoppiare. Per evitare tale rischio, è prescritto un limite massimo di riempimento.

Gas criogenici: Sono conservati allo stato liquido in particolare contenitori, ma a temperature e pressioni molto basse. Questi gas non possono essere conservati indefinitamente in un contenitore, poiché anche la temperatura dell’ambiente circostante può generare delle condizioni di pressioni non sostenibili per qualunque recipiente. E’ necessario quindi rendere possibile una minima evaporazione, che consenta di restituire, come calore di evaporazione, il calore assorbito dall’ambiente esterno.

Gas disciolti:sono conservati in fase gassosa disciolti entro un liquido ad una determinata pressione (ad esempio, acetilene disciolto in acetone, anidride carbonica disciolta in acqua gassata-minerale).

#2. L’incendio

#2.1. Nozione

Con incendio si intende una combustione, con presenza di fiamma, non controllata di materiali generici.

#2.2. Le fasi

Nell’evoluzione dell’incendio si possono individuare quattro fasi caratteristiche quali:

#2.2.1. Fase iniziale

La durata della fase iniziale dell’incendio dipende diversi fattori quali:

  • infiammabilità del combustibile, legata alla natura del combustibile che può essere solido, liquido, gassoso;
  • propagazione della fiamma – dipende anch’essa dalla natura del combustibile, (legno, lenta; liquido, veloce) ma anche dalla sua disposizione;
  • distribuzione del combustibile nell’ambiente;
  • geometria e volume dell’ambiente – questa caratteristica aumenta o diminuisce la velocità di propagazione delle fiamme e del calore.

#2.2.2. Estensione

L’estensione dell’incendio è caratterizzata da:

  • ridotta visibilità a causa dei prodotti della combustione;
  • produzione di gas tossici e corrosivi;
  • aumento della velocità di combustione;
  • aumento dell’energia e della temperatura di irraggiamento.

Può essere influenzata da:

  • effetti camino e azioni dovute alla ventilazione naturale, forzata;
  • azioni meccaniche.

#2.2.3. Incendio generalizzato o flash over.

Il flash over è caratterizzato principalmente da:

  • brusco aumento della temperatura;
  • aumento della velocità di combustione;
  • aumento dell’emissione di fumi e gas;
  • autoaccensione di tutti i materiali combustibili.

#2.2.4. Estinzione

Raggiunta l’accensione completa dei materiali combustibili presenti nell’incendio il fenomeno comincia a rallentare e la temperatura comincia a decrescere fino all’estinzione dell’incendio.

I meccanismi per cui avviene l’estinzione possono essere riassunti in:

  • separazione fra materiale combustibile non incendiato da quello interessato dal fuoco;
  • soffocamento con l’inibizione del contatto del comburente (ossigeno contenuto nell’aria) con il combustibile;
  • raffreddamento con la riduzione della temperatura del materiale combustibile al di sotto di quella di accensione;
  • inibizione chimica con l’arresto delle reazioni che si verificano durante la combustione. Intervenendo sulla catalisi negativa con l’arresto dei radicali liberi della combustione e con il conseguente blocco della propagazione delle fiamme.

#2.3. Tipologia

#2.3.1. Classe A: fuochi di solidi, detti fuochi secchi

La combustione può presentarsi in due forme: combustione viva con fiamme o combustione lenta senza fiamme, ma con formazione di brace incandescente.

L’agente estinguente raccomandato è l’acqua (agisce sul calore) ma in alternativa si possono usare estintori a polvere polivalente (agisce sulle reazioni di ossidazione) (A-B-C).

#2.3.2. Classe B: fuochi di idrocarburi solidificati o di liquidi infiammabili, detti fuochi grassi

È controindicato l’uso di acqua a getto pieno ma non a getto frazionato o nebulizzato. Gli altri agenti estinguenti sono la polvere polivalente (A-B-C), la polvere di classe (B-C), il biossido di carbonio (CO2 che “soffoca” l’incendio abbassando la temperatura) e la schiuma antincendio (elimina il comburente), oppure estintori idrici. L’agente estinguente migliore è la schiuma antincendio (che varia dal tipo di sostanza coinvolta nell’incendio).

#2.3.3. Classe C: fuochi di combustibili gassosi

Questi fuochi sono caratterizzati da una fiamma alta ad alta temperatura, la fiamma non si dovrebbe spegnere ma bisognerebbe raggiungere la valvola a monte e chiuderla per evitare che uno spegnimento continui a rilasciare gas altamente infiammabile nell’ambiente con conseguenze devastanti in ambienti chiusi (esplosione).

L’acqua è consigliata solo a getto frazionato o nebulizzato per raffreddare i tubi o le bombole circostanti o coinvolte nell’incendio. Gli altri agenti estinguenti da utilizzare sono le polveri polivalenti (A-B-C), quelle di classe (B-C) e il biossido di carbonio. Quest’ultimo è il più efficace tra tutti i precedenti e permette uno spegnimento molto rapido della fiamma.

#2.3.4. Classe D: fuochi di metalli

Questi fuochi sono particolarmente difficili da estinguere data la loro altissima temperatura e richiedono personale addestrato e agenti estinguenti speciali. Gli agenti estinguenti variano a seconda del tipo di materiale coinvolto nell’incendio ad esempio, nei fuochi coinvolgenti alluminio e magnesio si utilizza la polvere al cloruro di sodio. Tutti gli altri agenti estinguenti sono sconsigliati (compresa l’acqua) dato che possono avvenire reazioni con rilascio di gas tossici o esplosioni.

#2.4. Le sostanze estinguenti

Le sostanze estinguenti sono sostanze chimiche e naturali che attraverso vari meccanismi, provocano l’estinzione del fuoco.

#2.4.1. L’acqua

L’acqua è la sostanza estinguente più comune e diffusa (anche per il suo basso costo). Esercita un azione di raffreddamento separazione e soffocamento. Risulta molto efficace sui fuochi di classe A (incendi di legname, di carta, di bosco, di sterpaglie ecc.), può essere usata su fuochi di classe B solo quando il combustibile ha una densità maggiore dell’acqua.

Il Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco utilizza principalmente l’acqua per estinguere gli incendi. Nei vari Comandi e nei Distaccamenti presenti sul territorio nazionale sono conservate le piante della dislocazione degli idranti sul territorio per rifornimenti in soccorso, gli stessi vanno periodicamente controllati e manutentati.

L’uso dell’acqua nell’estinzione di alcuni incendi anche di classe A deve essere adeguato al tipo di incendio e limitato all’estinzione e all’eventuale procedura di smassamento dei materiali per eliminare focolai nascosti nelle braci.

L’acqua in quanto buon conduttore elettrico non deve essere usata per spegnere incendi di apparecchiature elettriche sotto tensione, è controindicata nei fuochi da metalli e da polveri particolarmente reattive perché potrebbe dare origine a reazioni pericolosi;

#2.4.2. La schiuma

La schiuma è costituita da una miscela di acqua, liquido schiumogeno e aria o altro gas inerte. Esercita un azione meccanica di separazione tra il combustibile e il comburente ossigeno presente nell’aria, di raffreddamento (azione endogena) e di soffocamento. L’uso della schiuma è indicato particolarmente per i focolari di classe B, principalmente per serbatoi contenenti liquidi infiammabile.

L’erogazione del prodotto ai fini dello spegnimento avviene per mezzo di particolari lance, in uso al Corpo Nazionale VV.F. Sul mercato vi sono disponibili vari tipi di schiuma in funzione del prodotto che si vuole estinguere, del tipo di incendio e del tipo di intervento che si vuole attuare.

#2.4.3. Le polveri antincendio

Le polveri antincendi sono costituite da miscele di sostanze chimiche combinate insieme: bicarbonato di sodio o di potassio, solfato di ammonio fosfato monoammonico etc; sono inoltre presenti additivi per migliorare la scorrevolezza, l’idrorepellenza, e per la compatibilità con le schiume.

Le polveri si possono dividere in due categorie principali: polivalenti, idonee per l’estinzione di fuochi di classe A-B-C; bivalenti, polveri a base di bicarbonato di sodio o di potassio, specifiche per l’estinzione di fuochi di classe B-C.

Nello spegnimento di un incendio la polvere estinguente produce i seguenti effetti: I) soffocamento; II) raffreddamento; III) schermatura ed ignifugazione delle parti incombuste.

Le polveri antincendio risultano normalmente dielettriche, quindi utilizzabili su apparecchiature elettriche sotto tensione. La norma EN3-7:2004 prevede infatti che la prova dielettrica venga effettuata solo su estintori a base d’acqua escludendo le altre tipologie. La finissima granulometria delle polveri ne sconsiglia l’uso su impianti elettronici e su apparati digitali e C.E.D. in quanto le particelle potrebbero danneggiare i componenti.

#2.4.4. Anidride carbonica

L’anidride carbonica (CO2) è un gas intermedio cui si sfruttano le caratteristiche soffocanti. Si conserva in bombole sotto forma di miscela liquido-gassosa.

La sua azione di agente estinguente si sviluppa in raffreddamento e soffocamento o inibizione dell’ossigeno. A causa della bassa conduttività elettrica è impiegata a protezione dei quadri elettrici sotto tensione.

  1. La distillazione è una tecnica che consente di separare i diversi componenti di una miscela liquida scaldandola lentamente e raccogliendo i vapori delle sostanze componenti man mano che evaporano alle diverse temperature.
  2.  Il metano è molto diffuso nel sottosuolo di un gran numero di paesi, inclusa l’Italia, e spesso si trova associato ai giacimenti petroliferi. In questi ultimi casi a volte la sua raccolta può addirittura risultare economicamente sconveniente e per questo motivo si preferisce distruggerlo incendiandolo prima di iniziare l’estrazione del petrolio. Come si può facilmente intuire l’uso principale del metano è nelle attività domestiche (fornelli ed impianti di riscaldamento a gas), ma non mancano naturalmente gli impieghi industriali.